Come se fosse un film

Negli ultimi tempi mi sembra di essere diviso in tre. Una parte di me guarda la realtà come se fosse un film: una tragicommedia a tratti surreale, in cui i personaggi si muovono sopra le righe e la trama sfida ogni logica. Un'altra parte si percepisce come una comparsa sullo sfondo di quella pellicola, uno di quelli che attraversano l'inquadratura senza lasciare traccia. La terza parte, la più angosciata, è quella che mi riporta bruscamente a terra: non c'è nessun film. Quello che accade è reale. E il destino di miliardi di persone sembra appeso agli umori di un ottantenne narcisista alla guida della maggiore potenza mondiale.
È qui che subentra la paralisi. Perché non stiamo assistendo a un copione ben scritto, dove prima o poi entra in scena qualcuno capace di disinnescare la minaccia. Non c'è nessun supereroe che arrivi all'ultimo minuto per sottrarre il "pulsante rosso" a un vecchio megalomane e rispedirlo a giocare a golf, magari in un resort di lusso ben recintato e innocuo per l'umanità.
Al suo posto ci sono conferenze stampa con proposte che vengono pronunciate con la disinvoltura di un annuncio immobiliare: trasformare Gaza in una specie di Dubai, come se una terra abitata da milioni di persone fosse un lotto edificabile. I palestinesi diventano un dettaglio logistico, un ostacolo da spostare altrove, un destino che ricorda quello dei nativi americani, espropriati e confinati lontano dalle proprie terre.
A volte gli anziani vengono descritti come bambini capricciosi: voglio il trenino. Ecco il trenino. Voglio la bambola. Ecco la bambola. Voglio il Nobel per la pace. E allora toh, diamogli pure quello. In fondo, assegnarglielo contribuirebbe a svuotare definitivamente di significato un premio che negli anni è già stato distribuito con notevole disinvoltura. Basti ricordare Henry Kissinger, premiato mentre le ferite del Vietnam erano ancora aperte e il Cile sprofondava nella dittatura, o Barack Obama, insignito dopo pochi mesi di presidenza, quando la pace era più una promessa che una realtà.
Eppure, mentre i riflettori restano puntati sui potenti e sulle loro manie di grandezza, esiste un'altra umanità che non fa notizia. E allora ogni tanto sogno di cambiare la trama e il cast di questo film. Di spostare la telecamera lontano dai palazzi del potere e puntarla su chi ogni giorno tiene insieme il mondo senza proclami. Un insegnante che entra in classe ogni mattina in una scuola danneggiata dalle bombe, ostinato a difendere il diritto dei bambini a un futuro. Un medico che resta in un ospedale senza elettricità, operando con mezzi di fortuna per strappare vite alla guerra. Una donna che organizza biblioteche clandestine sotto un regime autoritario, perché leggere è già una forma di resistenza.
Persone che non aspirano a conquistare territori né a spostare popolazioni come pedine su una scacchiera. Persone che non usano la parola "pace" come slogan, ma la praticano nei gesti quotidiani: proteggendo i fragili, coltivando possibilità, opponendo responsabilità alla brutalità del potere.
Se il Nobel per la pace avesse ancora un significato, dovrebbe andare a loro. A chi, lontano dai riflettori, continua ogni giorno a rendere il mondo un posto un po' meno violento, un po' meno ingiusto, un po' più umano.
