Cronologicamente ambigui

Quando la datazione di un reperto archeologico è incerta, gli studiosi parlano di oggetto "cronologicamente ambiguo". Da qualche tempo, però, questa definizione sembra adattarsi perfettamente anche agli esseri umani, uomini e donne ai quali è sempre più difficile attribuire un'età precisa. Le categorie tradizionali (giovane, adulto, anziano, di mezza età) appaiono ormai insufficienti a descrivere la realtà contemporanea. D'altronde, non viviamo forse nell'epoca dell'ambiguità?
In una società liquida, attraversata da trasformazioni rapide e spesso destabilizzanti, i punti di riferimento si fanno sempre più fragili. Tutto è in movimento: persone, merci, immagini, esperienze, ma anche valori, identità e modi di stare insieme. I confini si sfumano, le distanze si accorciano, i ruoli si ridefiniscono continuamente. Se persino il tempo quotidiano si confonde (in questo momento sto lavorando o mi sto divertendo davanti a questo schermo?) anche le età della vita subiscono la stessa pressione. Si passa dall'adolescenza, con le sue insicurezze e i suoi cambiamenti, alla percezione improvvisa della vecchiaia, quasi senza accorgersene. Naturalmente è un paradosso, ma rende bene l'idea di un'accelerazione esistenziale che sembra comprimere le stagioni della vita.
Più che trasformata, la mezza età sembra essere evaporata. Un po' come le mezze stagioni o la classe media, anche quella fase intermedia che un tempo rappresentava equilibrio e maturità appare oggi sfocata, quasi imprendibile. Il principio latino in medio stat virtus sembra non funzionare più. Chiedere l'età a qualcuno è diventato persino anacronistico. «Ho gli anni che dimostro» ci si sente spesso rispondere, magari accompagnato dalla frase ironica: «L'età conta solo se sei un vino». Dietro la battuta si nasconde il concetto che l'allungamento dell'aspettativa di vita ha modificato la percezione stessa della giovinezza. Provate a confrontare il volto di un ventenne dei primi del Novecento con quello di un cinquantenne di oggi. Probabilmente vi sembreranno quasi coetanei. Anzi, il cinquantenne contemporaneo vi apparirà spesso più fresco, dinamico e perfino più giovane nell'espressione.
Le stagioni dell'esistenza si sono spostate in avanti. L'umanità, paradossalmente, invecchiando ringiovanisce, o almeno ci prova, opponendosi in ogni modo al passare del tempo. I progressi della medicina estetica, la chirurgia, l'alimentazione, il fitness e la cosmetica alimentano il sogno di una giovinezza permanente. Dove non arrivano il botox o i ritocchi, intervengono lo stile, l'abbigliamento e soprattutto la cura del corpo. Poi c'è la dimensione psicologica, l'autostima e la convinzione che volere significhi potere. Restare giovani non è più soltanto un desiderio ma quasi un imperativo sociale. Ci si veste giovani, ci si atteggia giovani, si adottano linguaggi e abitudini delle nuove generazioni. Certo, esistono limiti oltre i quali il tentativo rischia di scivolare nel ridicolo, basta osservare certi spettacoli televisivi popolati da volti rifatti e spesso caricaturali, ma sarebbe superficiale fermarsi qui, la vera novità degli ultimi anni è infatti la comparsa di una nuova categoria sociale: i "cronologicamente ambigui". Sono quarantenni e cinquantenni (uomini e donne, anche se più spesso uomini) che dimostrano molti meno anni di quelli anagrafici e intrecciano relazioni affettive con partner significativamente più giovani.
Un tempo fenomeni simili appartenevano soprattutto ai mondi privilegiati: il magnate anziano con la giovane compagna, l'ereditiera con il toy boy. Oggi, invece, ciò che era eccezione si è democratizzato. Il rimescolamento anagrafico attraversa ogni livello sociale e investe amicizie, relazioni sentimentali e reti di frequentazione. Il gruppo dei pari non rappresenta più un vincolo rigido. Per un adulto maturo frequentare persone più giovani diventa una forma di energia, una sorta di antidoto simbolico all'invecchiamento, ma per riuscirci è necessario essere giovani almeno nello spirito, e possibilmente anche nell'aspetto.
Anche il rapporto tra genitori e figli si è trasformato. L'autorità tradizionale si è attenuata: padri e figli, madri e figlie sembrano spesso più amici che appartenenti a generazioni diverse. Non sono coetanei, naturalmente, ma condividono gusti musicali, abitudini culturali, linguaggi, stili di consumo e perfino il modo di vestirsi. La distanza generazionale si è ridotta, lasciando spazio a un'intimità nuova, più complice che gerarchica.
In questo scenario, il recupero nostalgico del passato convive con il culto dell'innovazione. Vecchie mode vengono continuamente ripescate e mescolate al presente, sospinte da un marketing che ha fatto dell'ibridazione il proprio motore. Il cocktail anagrafico procede di pari passo con quello culturale, alimentato soprattutto dai social. Senza i social difficilmente assisteremmo alla quotidiana rappresentazione di famiglie allargate digitalmente: fidanzati che mettono like alle foto della madre del partner, genitori che si cimentano in selfie da eterna giovinezza, zii che rincorrono pose adolescenziali.
A incarnare perfettamente lo spirito del tempo è forse soprattutto l'universo dell'anti-age: cosmetici, creme rigeneranti, prodotti "ibridi" che si collocano a metà tra benessere, estetica e nutrizione. Il risultato è un ideale di benessere olistico che mescola uomini e donne, baby boomer e millennial, post-giovani e giovani autentici, accomunati dal desiderio di rallentare l'orologio biologico.
Tutti insieme, in fondo, giochiamo la stessa partita contro il tempo, forse per sedare inquietudini, paure e insicurezze di una società nella quale ci sentiamo spesso inadeguati. Davanti a un armadio pieno di vestiti, continuiamo ad avere la sensazione che manchi sempre quello giusto e inseguiamo qualcosa che sembra vicinissimo ma che continua a sfuggirci: l'illusione di poter fermare il tempo.
