Forse è per questo che a volte si fanno bocciare

01.10.2026

Tutti i ragazzini d'Italia sono tornati fra i banchi di scuola e tutti i genitori hanno ripreso la loro quotidiana liturgia: colazione, controllo dello zainetto, accompagnamento, recupero, smistamento. Ma, a ben vedere, da noi la scuola non è mai finita.

Abbiamo le vacanze scolastiche più lunghe d'Europa, è vero, ma bisogna considerare che le pizzate di fine anno e quelle post-esami di Stato le abbiamo smaltite a fine giugno; a luglio è già partita la caccia ai libri, ai quaderni e alla cancelleria; a fine agosto è arrivata l'ora degli esami di riparazione. E sotto l'ombrellone, mentre i figli giocavano spensierati, i genitori discutevano animatamente della "buona scuola" e dei compiti delle vacanze, trasformandosi in una specie di corpo di sorveglianza domestico. «Hai finito Italiano?», «Matematica l'hai fatta?», «Perché lasci Inglese per ultimo?»

Altro che vacanze. Una sede operativa. Quanto mi dà sui nervi l'espressione "buona scuola". Le parole "buono" e "cattivo", riferite all'insegnamento, erano già ammuffite ai tempi di Edmondo De Amicis, eppure continuiamo a usarle nella patria di Maria Montessori, il cui metodo, fondato su libertà, autonomia e responsabilità, è studiato e applicato in mezzo mondo e da noi viene guardato con quella tipica diffidenza nazionale che riserviamo alle cose che funzionano troppo bene.

Del resto, "buona scuola" è quasi un pleonasmo. Se una scuola è cattiva, perché chiamarla scuola? Certo, la scuola può diventare parcheggio per ragazzi, ammortizzatore sociale per laureati in cerca d'autore, fabbrica di conformismo, classismo e umiliazione del merito. Può smarrire la sua funzione educativa e culturale, ma definire "cattiva" tutta la scuola che abbiamo conosciuto finora è ingeneroso: ha avuto limiti, difetti e carenze, come quasi tutte le cose umane. Il vero problema sarebbe chiamare "buona" quella nuova scuola che non riuscisse a liberarsi proprio delle cattiverie che vorrebbe riformare.

E comunque, se vogliamo che lo Stato faccia una grande riforma della scuola, forse una piccola riforma dovrebbe farla anche la famiglia, perché già il primo giorno di scuola riemergono puntualmente tutte le ansie, le manie e i piccoli disturbi comportamentali dei genitori contemporanei.

Ci sono quelli che accompagnano il figlio in due, padre e madre, come se stessero scortando un capo di Stato al vertice dell'ONU. Non basta esserci, bisogna documentare la presenza: foto davanti al cancello, foto con lo zaino, foto con il grembiule, foto con la maestra, foto del bambino emozionato, foto del bambino che non è emozionato abbastanza. Tutto rigorosamente destinato ai social, perché non sia mai che qualcuno possa pensare che il primo giorno di scuola del figlio sia passato senza un'adeguata copertura mediatica.

I padri, in questo, sono spesso persino peggiori delle madri, le quali si limitano a trasferire su WhatsApp i tradizionali capannelli davanti al cancello. Una volta si parlava sottovoce fuori dalla scuola, oggi si parla ininterrottamente in cinquanta persone contemporaneamente, senza che nessuno sappia più chi abbia cominciato la discussione.

La rete ha inoltre privato le mamme lavoratrici dell'ultimo, dignitosissimo alibi per disinteressarsi al gossip sulle insegnanti e alle ansie sul menù della mensa. Adesso possono essere informate in tempo reale anche mentre lavorano. «Sapete che la maestra oggi era stranissima?», «Ma domani cosa mangiano?», «A vostro figlio ha dato il quaderno a righe o a quadretti?», «Avete visto il nuovo insegnante di musica?» Il tutto, naturalmente, intervallato da fotografie di bambini che mangiano, corrono, disegnano, festeggiano, imparano, si sporcano e, soprattutto, vengono fotografati.

Poi arrivano le pizzate per iniziare bene l'anno scolastico, le merende per far conoscere meglio i bambini, gli aperitivi dopo le riunioni con le maestre, le festicciole per salutare la vecchia insegnante e quelle per accogliere la nuova. Se continua così, prima o poi verrà istituita anche una cerimonia ufficiale per il cambio del temperino. È decisamente troppo. Questa foresta di impegni mondani che prolifera intorno al calendario scolastico andrebbe almeno sfoltita. Non abolita, sia chiaro, non vorremmo mai provocare un disastro economico, perché se sparissero tutte le pizzate, gli aperitivi e le merende scolastiche, il Pil perderebbe qualche decimale e parecchi bar, pasticcerie e pizzerie sarebbero costretti a dichiarare lo stato di calamità.

La cosa più curiosa, però, è che ormai le simpatie, le amicizie, il cameratismo e perfino gli innamoramenti sembrano nascere più tra i genitori che tra i figli. Si conoscono, si frequentano, si invitano a cena, organizzano gruppi WhatsApp, vacanze insieme, compleanni, aperitivi, insomma, mentre i figli imparano a leggere e a scrivere, loro costruiscono una rete di amicizie.

Poi arriva il momento di cambiare classe, o peggio ancora, di cambiare scuola. Il bambino, forse, se ne farà una ragione, i genitori no. Per loro sarà un trauma. Dovranno ricominciare tutto da capo: nuove facce, nuovi numeri di telefono, nuove simpatie, nuovi aperitivi. E alla fine il figlio scoprirà che la vera tragedia non è separarsi dai compagni ma costringere mamma e papà a ricominciare da zero. Forse è per questo che a volte si fanno bocciare.


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