I Promessi sposi non si spostano, semmai si rileggono

Confesso di aver tirato un sospiro di sollievo quando ho letto che il ministro Valditara proponeva di spostare i Promessi sposi al quarto anno delle superiori. Finalmente una decisione sensata, ho pensato. Ma il sollievo è durato poco, perché il ministro ha fatto subito retromarcia, dicendo che Manzoni parla eccome ai quindicenni. Può darsi. Ma perché, non lo fanno anche Fenoglio, la Morante, Calvino, Tomasi di Lampedusa? Sono forse romanzi meno adatti all'adolescenza?
Il ministro aveva posto la questione in questi termini: i Promessi sposi furono inseriti nei programmi dopo il 1870 come modello di prosa contemporanea. Oggi quella giustificazione non regge più. Un romanzo ambientato nel 1628 e scritto duecento anni dopo, contemporaneo non lo è affatto. Capolavoro assoluto? Certamente. Radiografia impietosa del carattere nazionale? Senza dubbio. Cardine della storia linguistica italiana? Indiscutibilmente. Ma accessibile (senza mediazione) a un quattordicenne, magari di seconda generazione, che già fa i conti con un italiano acquisito, quanto lo è davvero?
Eppure devo essere onesto, il ministro non ha tutti i torti, perché il punto non è solo letterario ma quasi antropologico. Se oggi tutti capiamo cosa significa "un don Abbondio", "un Azzeccagarbugli" o "la sventurata rispose", è proprio perché quei personaggi ci sono stati consegnati nel momento più ricettivo della nostra formazione. La scuola ha trasformato i Promessi sposi nel romanzo collettivo degli italiani, popolo storicamente frammentato, rendendo quei personaggi e le frasi del romanzo una specie di codice condiviso, diciamo un vocabolario comune.
Spostare Manzoni al quarto anno delle superiori, quando già si pensa alla maturità e ai progetti futuri, significa rischiare di consegnarlo a una lettura distratta e strumentale, e le generazioni future potrebbero trovarsi senza quel repertorio di metafore potenti e condivise. Ad esempio, Tolkien è certamente straordinario, ma in tutto il Signore degli Anelli non trovi un Azzeccagarbugli da usare come termine di paragone universale per ogni avvocato ambiguo e opportunista.
Forse il vero problema non è quando si legge Manzoni, ma come si legge Manzoni, e soprattutto, come tutti i grandi classici, andrebbero riletti nel corso della vita.
