Occhi di cielo

di Fabiola Caporalini

Ho il piacere di ospitare un racconto di Fabiola Caporalini 

Presidente dell'Associazione AMICI PER di Tolentino 

Giulio saltò giù dal trabattello e atterrò sulle scarpe da tennis con l'agilità di un felino. "Volare sulla terra", pensò. Quattordici anni, capelli ricci, zazzera fino alle spalle, smilzo, ma nevrile, coi muscoli sempre pronti allo scatto.

«Non si scende così dai trabattelli – gli urlò dietro il titolare della ditta di tinteggiatura – Finirai per romperti l'osso del collo! E poi è una questione di sicurezza, quelle scarpe non sono buone per lavorare!».

Giulio lo guardò con i suoi occhi cerulei e l'aria un po' vaga. Occhi di cielo lo chiamava sua madre. Faceva sempre quell'espressione distratta, come se non avesse capito, ogni volta che qualcuno lo rimproverava.

«Ma queste volano» rispose allontanandosi.

L'orario di lavoro era finito e poteva iniziare il suo allenamento nella corsa campestre. Finché era andato a scuola, era stato il primo dell'istituto nella corsa. Vinceva tutto: gare interscolastiche, giochi della gioventù e ogni manifestazione dove fossero previste specialità in cui bisognasse correre. Veloce come una lepre, Giulio sembrava scappare da qualcosa.

In realtà, correre lo faceva sentire libero e pensava di volare verso il futuro. Aveva iniziato con gli allenamenti da quando suo padre, con immenso sacrificio, gli aveva regalato quelle scarpe che per Giulio erano magiche: nere, gialle e rosse.

Quattro figli da mantenere con un solo stipendio, aveva pensato a lungo se potesse davvero permettersi di fare quel regalo così costoso al suo scricciolo. Ma poi la moglie aveva finito per convincerlo.

«Lo sai che se le merita. Lavora con tanto impegno e col suo stipendio ci aiuta – lo aveva rassicurato – E in fondo è poco più che un bambino, il mio occhi di cielo». Lui si era lasciato convincere senza pensarci più.

Con quelle scarpe Giulio, ogni sera, dopo il lavoro, si allenava sulla distanza, anche oltre i venti chilometri, attraverso lunghi percorsi collinari fuori città, dove eseguiva i suoi fartlek, la parte della preparazione atletica che prediligeva.

Voleva partecipare alla mezza maratona che ogni anno l'associazione podistica organizzava. Era una competizione regionale e c'era una sezione riservata ai più giovani. Lui si era anche tesserato, per essere in regola con le norme d'accesso alla gara. Intanto lavorava come imbianchino, dall'alba alle cinque del pomeriggio, sotto il sole di un giugno caldo come se ci fosse il fuoco sulla terra. Era svelto, agile. 

Il titolare gli aveva affidato i lavori all'aperto, quelli più impegnativi, nei capannoni più alti e lui non si perdeva mai d'animo. Saliva sui ponteggi con le sue "scarpe volanti" e si muoveva come una gazzella, saltava a terra con la morbidezza dei suoi pochissimi anni. Tinteggiava con una velocità e una precisione che neanche l'esperienza gli avrebbero potuto donare, con una dote innata, come un pittore che dovesse realizzare un quadro. Ma per quanta attenzione mettesse nel lavoro, le scarpe si riempivano di macchie di vernice, si deformavano per l'usura quotidiana, per i carichi che Giulio doveva trasportare. 

Niente lo spaventava: secchi di vernice, pannelli di cartongesso. Sembrava avere una forza muscolare fuori dall'ordinario e rimanere leggero come una farfalla. Ma le sue scarpe magiche si sporcavano ogni giorno di più. Giulio non ci faceva caso. Per lui erano come un tappeto volante, tanto le aveva desiderate e sapeva bene i sacrifici che erano costate. Per questo non se le toglieva mai. Certe notti si sdraiava sopra il letto, vinto dalla stanchezza e non riusciva neanche a slacciarle.

Il giorno della gara era in fila per prendere il numero del pettorale e sentì ridacchiare. Poi quel brusio canzonatorio si fece più insistente, serpeggiava qua e là tra i ragazzi, molti dei quali erano suoi conoscenti. Ridevano delle sue scarpe macchiate di vernice di ogni sorta.

Andrea, un ex collega, che stava in piedi due file più indietro, gridò «Oh Giulio, ma che ci si presenta con le scarpe da imbianchino alla mezza maratona?».

Un altro ragazzo, che Giulio conosceva dai tempi della scuola, lanciò uno sfottò: «Vedi che quando vai a prendere il numero ti danno il 7, quello del pittore nella smorfia napoletana!». Una risata generale e scomposta esplose tra i ragazzi, che continuavano a prenderlo in giro.

Giulio restava in silenzio e guardava davanti a sé con i suoi occhi di cielo, che diventavano due gocce d'acqua chiarissime quando si estraniava in quella sua espressione vacua e pensava solo che, di lì a poco, avrebbe potuto volare.

Sulla linea di partenza le iridi erano trasparenti come due vetri colpiti dal sole e lo scatto del suo giovane corpo, forte e leggero sembrò davvero quello di un uccello che si levasse in volo. E corse. Sulle asperità del terreno e della sua vita, spingeva sulle scarpe macchiate dalla fatica del lavoro, deformate da quell'affetto che t'impedisce di separarti dalle cose care, quelle che ti vivono intorno, o dentro a cui vivi. E quando sei dentro alle cose, non lo sai quello che accade fuori.

Così corse, senza più sentire, senza pensare ad altro che alla sua frase scaramantica: volare sulla terra. Soltanto a un certo punto, quando di chilometri ne aveva macinati in abbondanza, si accorse di essere solo e che le sue scarpe alate avevano lasciato tutti indietro. Gli venne allora alla mente una reminiscenza scolastica, il ricordo di quel Mercurio, venuto fuori da qualche lezione d'italiano o storia di una professoressa fissata con la mitologia. Di lui ricordava che era solo un tale con le ali ai piedi e accelerò il passo verso il traguardo, col sole che scendeva oltre le colline e la luce negli occhi.